domenica 23 dicembre 2012

sabato 9 giugno 2012

Progresso e culto della morte

Alcuni eventi naturali sconvolgenti oltre a destarci dal torpore dell'abitudine possono aprire riflessioni più ampie. In primis mettono continuamente in discussione l'idea della natura fossilizzatasi nel nostro immaginario. Esiste un'ampia gamma di opere cinematografiche che hanno come tema la catastrofe naturale, che colpiscono l'emotività degli spettatori, ma sostanzialmente la nostra idea della natura resta pressochè immutata: per ragioni che vengono da lontano, dalla formazione della nostra cultura, alla natura noi associamo un'aura sacrale, di perfezione e di bellezza, di entità non profanabile, davanti alla quale prostrarsi, sacra nel suo tutto, nella sua grandezza. È un'immagine romantica, che guida la nostra visione anche in questioni meno palesemente collegate a questo tema, ma che mantengono con questo un filo conduttore, come nel caso della bioetica. Aborto, embrioni, organismi geneticamente modificati, eutanasia, cosa hanno a che vedere con i terremoti, i maremoti, i vulcani, le tempeste? Sono semplicemente due lati di uno stesso problema: il rapporto dell'uomo con la natura. Se si parte dal presupposto che la natura nella sua indifferenza contiene meccanismi, produce fenomeni, genera condizioni che possono essere anche nocive per la vita, e se a questo si aggiunge che l'idea della perfezione della natura non è nient'altro che un mito, l'idea romantica viene meno. In natura si è generata la vita, e solo in essa può esistere, ma al suo interno esistono molteplici forze, anche radicalmente contrapposte alla vita. La natura è anche malattia, catastrofe, tossicità, estinzione, morte. Davanti a questo, l'unica arma che l'uomo possiede è la scienza, che non è altro che l'ultima conseguenza di ciò che è prima di tutto un istinto: la sopravvivenza. Questo è poi progredito sul raffinarsi della ragione e della tecnica. Produrre un antibiotico e imparare a coltivare nel deserto non sono altro che la stessa operazione compiuta potenzialmente in due momenti differenti. L'uomo ha compreso molte delle leggi che regolano il mondo, ha imparato a riprodurle e a modificarle, è questo che probabilmente gli ha permesso di continuare a esistere, o perlomeno di tentare di sottrarsi a determinate leggi tiranniche. Ogni atteggiamento di conservazione dello stato di cose, che bolla come eretico ogni tentativo umano di modificare e correggere ciò che in natura rappresenta un ostacolo per l'esistenza, che vorrebbe l'uomo sottomesso a un destino immutabile e indiscutibile, da qualsiasi parte provenga questa idea, che sia una religione o una scuola filosofica, non rappresenta altro che culto della morte.

lunedì 5 dicembre 2011

La poesia di un amore deforme

Da qualche giorno ho completato la lettura di Fosca di Iginio Ugo Tarchetti e, nonostante le limitate aspettative, le immagini sprigionate da questa lettura continuano a ripresentarsi nella mia mente. Spesso nell'inquadramento critico degli scapigliati troviamo un più o meno esplicito riferimento alla bassa qualità formale delle loro produzioni letterarie. Le aspettative, scarse dunque, si accostano al testo come a una semplice testimonianza storica: l'oggetto di questa idea, il romanzo, diviene quasi importante per il suo mero esistere che per il come questo esistere viene a realizzarsi.
Nonostante questo mi sono addentrato con curiosità nelle pagine di questo romanzo di fine secolo, di fine e inizio epoca: in quegli anni si realizza il sogno risorgimentale, si affacciano nuove inquietudini, rivelatesi poi longeve - filo diretto che ci impedisce di parlare di quell'epoca come di un vero e proprio passato - si vengono delineando modernità, psicanalisi, vuoti esistenziali, e disgregazioni dell'io narrante (e vivente) delle quali molte pagine fanno da testimone e alle quali sono costretto a rimandare per eventuali e più idonei approfondimenti.
Parlando schiettamente da lettore, le aspettative di cui parlavo si sono certamente confermate per alcuni aspetti. La storia, lo ricordo in breve, è quella dei due amori vissuti dal protagonista (Giorgio), un militare che parte da Milano per assolvere ai suoi doveri, allantanandosi dalla sua felice relazione con una donna sposata con un uomo che non sembra amare più. Nonostante la lontananza i due perseverano, ma il protagonista viene trascinato suo malgrado in una relazione con Fosca, un'altra donna conosciuta nella città nella quale si è dovuto trasferire. La donna è animata da un amore morboso nei suoi confronti ed è afflitta da un male contorto, misterioso, mai nominato - senza nome, che avvolge i suoi nervi, la sua psiche e si sovrappone al suo aspetto singolarmente sgradevole. Il medico che segue la sua malattia informa Giorgio che un suo rifiuto potrebbe uccidere Fosca, poiché questa non potrebbe reggere la sofferenza che ne deriverebbe, a causa della sua infermità. Giorgio è spaventato dunque dall'idea di ucciderla, trovandosi obbligato ad amarla a causa di questa idea che lo tormanta. Da qui si muovono le vicende del romanzo, che in realtà non è ricco di avvenimenti, ma carico di stati emotivi e riflessioni tra amore e mente. Sebbene la prima parte risulti poco eccellente nella stesura e a tratti prevedibile nelle scelte del linguaggio, nel complesso l'opera è estremamente interessante. Ancora potremmo dire che facilmente riscontriamo i tratti della mentalità di un'epoca con i suoi cliché. Per tutto il testo possiamo ancora rilevare alcune scelte forse un po' povere, ma occorre considerare quanta e quale tradizione in fatto di romanzo hanno alle spalle Tarchetti e l'Italia al momento della stesura di quest'opera, e questo apre molte questioni, linguistiche e formali, poiché i modelli sono scarsi e le esperienze di questi anni vengono ad essere di conseguenza pionieristiche. Resta innegabile però la capacità del testo di coinvolgerci negli stati emotivi e nelle situazioni, giungendo a farci paura o rabbia, o proiettandoci di fronte immagini estremamente forti, stati che io stesso ho provato nell'imbattermi in questo lavoro e che da giorni continuano a riaffiorare.
In definitiva è un'ottima lettura, adatta a chi è interessato ad uscire dalle abitudini e perché no, a chi volesse valutare qualche aspetto possibile della mente umana.

lunedì 9 maggio 2011

LA PUREZZA

Nella stanza illuminata di poca, pallida luce notturna filtrata attraverso i vetri, il suo umore rapidamente avvizzì, come dissanguato. Di colpo si ritrovò lugubre nell'anima, ed avvicinandosi ai vetri vide la pioggia amica, venuta simile a stare.
“Non potremmo affidare la storia ai piccoli umori quotidiani degli uomini. Essi potranno solo tacciare di follia i gesti netti, le azioni efficaci. Ma nell'intimo, nascosti, alcuni comprenderanno, e sfoglieranno le pagine delle opere nel tempo, illuminati dall'assenza di rimpianto per le piccole cose. Nessun uomo può anteporsi a ciò che deve avvenire. Questo sangue lava la malattia, strozza i rigurgiti del tempo che torna sui suoi passi. Le anime semplici si aggrappano ai pochi averi, ai gesti che vedono aggraziati dei loro amati, all'abitudine.
Quale confine si alza tra questa purificazione e le guerre di fama eroica degli eserciti, di conquista, di unificazione? Questa è una guerra sacra, poiché è la virtù a combattere.
Non è vendetta, ma cura. Queste teste cadono per proteggere un pargolo puro.
I morbi fermentano, la malattia prolifera, la lama pulisce, amputa, guarisce. È forse meglio salvare un arto malato, al quale certo terremo, o è forse meglio tagliare quella carne in putrefazione per salvare il corpo, la vita? Anche quelle scritture attribuite a Dio invitano a cavare l'occhio, a tagliare la mano, pur di salvare la purezza.
Dunque pianto, terrore, sono miseri spostamenti dell'animo ingordo, cieco, inetto. La malattia è pronta a tornare più forte e fatale. Perciò questi piccoli uomini dovranno apprendere che la storia non ha pena.
Quando la mano dei tempi si è fermata? Quando la spada, il fucile, l'eccitazione secolare del mondo hanno atteso il passaggio dei sentimenti, i tempi e le parole della volontà comoda degli uomini?
Non odio questi uomini in sé, ma loro sono portatori del germe del passato, essi sono una minaccia a questo corpo, essi sono blasfemi agli occhi di questo dio nuovo e creatore.
Se la cura non andrà profonda nei tessuti, la malattia riesploderà, e peggiori sofferenze si affacceranno. Per questo...” una voce si amalgamò alla stanza fendendo i pensieri di Maximilien:
- Robespierre.